Perché i risparmiatori non percepiscono l’Alpha del consulente?

“Mettere un valore sul valore” è unico, come ogni singolo investitore.

Per alcuni investitori, il valore di lavorare con un consulente è la tranquillità.

Questo valore non si presta a nessuna quantificazione.

Lavorare con un consulente può aggiungere “circa il 3%” nei rendimenti netti.

Questo aumento del 3% del potenziale netto sui rendimenti non deve essere considerato come un valore aggiunto annuale, ma è probabile che sia intermittente, come si verifica durante i periodi di ribasso/rialzo dei mercati quando i clienti sono tentati di abbandonare od incrementare il loro piano di investimenti ben congegnato.

I consulenti dovrebbero prendere in considerazione una nuova proposta di valore basato su abilità e competenze alternative: dovrebbero agire come gestori patrimoniali e allenatori comportamentali, fornendo disciplina ed esperienza per gli investitori che ne hanno bisogno.

Sono proprio loro, gli investitori, che spesso mancano di comprensione e disciplina, lasciandosi influenzare dai titoli e pubblicità che li circondano, spesso ottenendo la distruzione della ricchezza piuttosto che la creazione.

Il consulente diventa ancora più importante fattore nella relazione cliente-consulente.

L’Alpha del Consulente non è solo un bene per il risparmiatore ma anche un buon servizio. 

Ma perché non viene percepito?

Innanzitutto, perché è un valore aleatorio non quantificabile e che viene generato nel tempo. Il consulente, in questo caso, coach del patrimonio dell’investitore, non è un “guru” ed è soggetto alla volatilità dei mercati.

Per aver sbagliato il momento di ingresso, ogni anno, gli investitori europei perdono in media uno 0,34%; tale dato si riferisce all’ultimo quinquennio.

A calcolarlo è Morningstar nel primo rapporto europeo “Mind the Gap 2016—Europe: the Effects of Behaviour on European Fund Investors’ Returns”, che segue una metodologia simile (ma non uguale) a uno degli studi più noti negli Stati Uniti, realizzato da Russel Kinnel (direttore della Manager research di Morningstar negli Usa) dal 2005.

Dove sbagliano gli investitori?

Gli errori comportamentali (behavioural gap) pesano sui risultati e si ripetono nel tempo, senza avere confini geografici. Chi più, chi meno, gli investitori ragionano troppo a breve termine, sono avversi al rischio e concentrati sui rendimenti relativi. Si fanno prendere dal panico nelle fasi di ribasso ed esitano a rientrare sui mercati quando salgono. Di conseguenza, tendono a comprare sui massimi e a vendere sui minimi, con inevitabili perdite.

Timing sbagliato

Il primo dato che balza agli occhi è che il timing è stato sbagliato in tutte le classi di attività (azionari, obbligazionari, bilanciati e alternativi). Il gap, tuttavia, è più evidente per gli alternativi (58 punti base): gli investitori hanno perso il 36% del rendimento totale annualizzato nel quinquennio. Nel caso dei bilanciati, il mancato guadagno è stato dell’8%, nel reddito fisso del 6% e nell’azionario del 5%.

Spesso il ciclo dei propri investimenti, cioè il momento dell’acquisto di un investimento, avviene in una fase di picco dei mercati.

Un tipico errore consiste nel comprare ai massimi e vendere ai minimi.

Il Prof. Ruggero Bertelli nel corso di un convegno, spiegava che gli italiani hanno prima guadagnato investendo in azioni tra il 1997 e il ’99, poi hanno perso in seguito alla bolla speculativa del 2000 e successivamente non sono più rientrati, nonostante la fase di rialzo cominciata nel 2003. In pratica, il guadagno è stato nullo. Al contrario, se avessero accumulato azioni tutte le volte che l’emotività li spingeva a vendere, avrebbero ottenuto un discreto profitto.

La prima lezione o consiglio da trarre è che un quinquennio può rappresentare un periodo abbastanza corretto per ottenere un guadagno dall’investimento in un fondo azionario.

Infatti, se guardiamo ai rendimenti rolling (ossia a scalare in avanti di mese in mese) dal 2000 ad oggi su intervalli di 60 mesi, nel 76% dei casi le performance sono positive.

Se si estende l’orizzonte temporale, inoltre, la probabilità di conseguire perdite con le azioni si riduce sensibilmente. Non solo, le azioni rendono più delle obbligazioni, anche se queste ultime sono un buon strumento di diversificazione nelle fasi di declino, quando la correlazione tra le Borse cresce.

La seconda lezione è incominciare ad analizzare in maniera costruttiva le notizie che i media amplificano in modo insistente sui crolli di borsa o sulle performance strabilianti di qualche settore.  E’ la paura unita alle illusioni il più grande nemico di qualsiasi investitore e che scatena le decisioni più irrazionali.

La terza lezione è diversificare, non solo nella scelta dell’asset dell’investimento ma anche valutando la decorrelazione degli stessi (uno dei punti più difficili per un risparmiatore).

La quarta lezione è stabilire gli obiettivi che si vuole raggiungere con il proprio investimento.

Tutto potrebbe sembrare facile e semplice, ma una guida competente e preparata può aiutare ad evitare quegli errori che continuamente si ripetono.

 

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Fonte: Morningstar, Vanguard, Russels Advisor.

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